Inverter “ad alto rischio”: la Commissione UE limita l’uso dei fondi europei nel fotovoltaico

Pubblicato da Amministratore il

La Commissione europea ha confermato il blocco dell’utilizzo dei fondi europei per i progetti fotovoltaici che impiegano inverter forniti da soggetti qualificati come “ad alto rischio” sotto il profilo della sicurezza informatica. La decisione discende da una serie di valutazioni tecniche secondo cui dispositivi connessi alla rete, come gli inverter, possono costituire un potenziale punto di accesso per attacchi alle infrastrutture energetiche e quindi per la compromissione della sicurezza del sistema elettrico. Gli inverter sono componenti centrali degli impianti fotovoltaici: trasformano la corrente continua generata dai moduli in corrente alternata immessa in rete e, nella maggior parte dei casi, sono collegati a piattaforme cloud per monitoraggio, aggiornamenti firmware e gestione dei parametri di funzionamento. Questa connettività, gestita direttamente dai produttori, è l’elemento che viene considerato critico in ottica di cybersecurity. Secondo le analisi svolte dalla Commissione, l’accesso remoto agli inverter potrebbe teoricamente consentire la modifica dei parametri di produzione, l’arresto coordinato della generazione o la consultazione non autorizzata dei dati operativi, fino a scenari estremi di interruzione diffusa del servizio elettrico. Le nuove linee guida europee mirano a limitare l’impiego di fondi pubblici per impianti che utilizzano inverter provenienti da Paesi individuati come ad alto rischio, tra cui Russia, Iran, Corea del Nord e, in via principale, la Cina, che detiene una quota significativa del mercato globale degli inverter fotovoltaici. In ambito europeo, la dipendenza dalla tecnologia cinese nel settore del solare è cresciuta negli ultimi anni per effetto della rapida espansione degli impianti e delle politiche di incentivo, che non hanno posto vincoli specifici sull’origine dei dispositivi ma si sono concentrate prevalentemente sugli obiettivi energetici e ambientali. In Italia gli inverter di alcuni grandi produttori cinesi sono stati ampiamente adottati sia su grandi impianti che nel segmento residenziale, anche grazie al loro posizionamento di prezzo e alla diffusione di schemi di incentivo come superbonus e sconto in fattura. Ciò ha portato a un’elevata penetrazione di tali tecnologie sul parco installato nazionale, con una quota rilevante sugli impianti domestici e commerciali. Il risultato è che una parte significativa della capacità fotovoltaica italiana si appoggia oggi a sistemi di conversione e monitoraggio gestiti da soggetti extraeuropei. A livello normativo nazionale, tuttavia, allo stato attuale non sono ancora intervenute regole che escludano in modo esplicito gli inverter cinesi (o comunque “ad alto rischio”) dall’accesso agli incentivi e ai finanziamenti pubblici italiani. I principali meccanismi di sostegno – gestiti, ad esempio, da GSE o tramite bandi dei ministeri competenti – continuano ad ammettere la partecipazione di impianti senza specifiche limitazioni rispetto al Paese di produzione degli inverter o dei sistemi di accumulo, salvo l’osservanza delle norme tecniche e di connessione alla rete vigenti. Una situazione analoga si riscontra in molti altri Stati membri, dove la nuova impostazione europea non è ancora stata tradotta in disposizioni operative nazionali. Il tema non riguarda solo i nuovi impianti, ma anche il vasto parco di installazioni esistenti che integra già inverter di fornitori considerati “ad alto rischio”. Poiché i possibili scenari di attacco non dipendono dalla data di realizzazione dell’impianto, gli Stati membri e la stessa Commissione dovranno chiarire come gestire il rischio associato agli asset già in esercizio. In prima battuta, la Commissione ha previsto una finestra transitoria per l’analisi dei grandi progetti già avviati che fanno ricorso a inverter di tali fornitori, con la possibilità per i beneficiari di richiedere esenzioni specifiche e di ottenere una decisione entro una determinata scadenza, secondo un esame caso per caso. In prospettiva, la revisione del quadro europeo in materia di cybersecurity e il rafforzamento degli strumenti regolatori, tra cui l’evoluzione del Cybersecurity Act, potrebbero portare a un’estensione del divieto oltre il perimetro dei soli fondi pubblici, incidendo sull’intero mercato interno. In tale scenario, l’esclusione di inverter provenienti da Paesi ad alto rischio diverrebbe un requisito strutturale per l’accesso al mercato europeo dell’energia, con effetti rilevanti sulle strategie industriali dei produttori e sulla pianificazione degli operatori del settore fotovoltaico e dello storage.